Gli esercizi contro la scoliosi

Pubblicato il 6 maggio 2014 | Categoria: Il fitness come terapia, Tecniche di riabilitazione

È impensabile parlare di esercizi contro la scoliosi senza prima capire di cosa si tratta e, soprattutto, in quali casi l’autocorrezione è praticabile, con o senza l’ausilio di specialisti. Ecco perché, in via prioritaria, è necessario comprendere la natura della scoliosi, fare alcune differenze così da giungere, per esclusione, ai casi in cui gli esercizi contro la scoliosi sono consigliabili e utili. Va, infatti, fatta una rapida distinzione tra atteggiamento scoliotico e scoliosi vera e propria. Nel primo caso siamo di fronte ad un paramorfismo, nel secondo ci troviamo a dover affrontare un dismorfismo.

Paramorfismo o dismorfismo: cosa significa?

E’ presto detto: quando vi è dismorfismo la colonna vertebrale è anatomicamente deformata, nel secondo caso no. Ciò vuol dire, in parole povere, che l’atteggiamento scoliotico non è un problema strutturale, mentre lo è la scoliosi vera e propria. E, se nel primo caso gli esercizi posturali e tutto il resto, si rivelano indispensabili e l’unica soluzione affinché non si arrivi ad una eventuale scoliosi strutturata, nell’altro caso gli esercizi non sempre sono sufficienti. Come chiarisce il Dr. Nunzio Catena, infatti, la scoliosi non è modificabile volontariamente, infatti: “è una patologia della colonna caratterizzata da una deviazione laterale strutturata del rachide associata a rotazione delle vertebre. Si distingue dall’atteggiamento scoliotico in quanto quest’ultima condizione non è strutturata, non associata a rotazione delle vertebre e che sparisce correggendone la causa”.

Nel momento in cui la colonna vertebrale forma una linea retta, infatti, a ciò contribuiscono anche le capsule articolari, i segmenti della colonna (vertebre appunto), i legamenti e i muscoli. Quando la scoliosi è strutturata e, di conseguenza, la colonna vertebrale è curvata nelle tre direzioni dello spazio, oltre alla spina dorsale, a risentirne sono anche gli altri elementi anatomici responsabili del suo corretto allineamento, ovvero le articolazioni, i legamenti, la muscolatura e, in casi gravi, anche gli organi interni. In particolare, poi, nel caso di scoliosi strutturata, ciò si accompagna sempre alla torsione differente di ogni singola vertebra ed è proprio in questo l’origine anatomica delle deformazioni a carico della gabbia toracica, come asimmetria costale e compressione che è, così, causa indiretta di problemi respiratori (una sindrome restrittiva, con compressione di trachea, polmoni e bronchi nei casi più seri).

Una situazione che, in caso di paramorfismo, non è riscontrabile, essendo in presenza, per il momento, di “semplice” disfunzione comportamentale. La deviazione, perciò, è visibile solo in alcune posizioni, poiché in posizione distesa le vertebre si riallineano e la deviazione scompare pressoché del tutto.

La diagnosi è semplice?

Nel trattamento della scoliosi, la diagnosi è apparentemente abbastanza semplice mentre, in realtà, alto è il rischio di confusione qualora non ci si rivolga a professionisti seri o a figure qualificate.

In primo luogo, infatti, è necessario riconoscere la natura della scoliosi, ovvero capire se si tratta di una scoliosi vera e propria, e quindi di una scoliosi strutturata oppure se si è di fronte ad un atteggiamento scoliotico. In secondo luogo, andrebbero analizzate le cause, ma su questo ritorneremo tra poco.

Come dicevamo, questa distinzione di base, tutt’altro che banale, è essenziale per non correre il rischio di sottovalutare l’evolutività di una scoliosi strutturata oppure di confondere un vizio posturale con una scoliosi prescrivendo così terapie inutilmente costose e, possibilmente, dannose oltre che lunghe e complesse.

Quali esami fare?

Il paziente, dunque, deve essere esaminato sia in posizione eretta, sia piegato in avanti, sia, infine, disteso supino.

I sintomi che più risaltano ad occhio nudo, infatti, sono la diversa altezza della spalle, le scapole prominenti (differentemente), la testa in posizione asimmetrica rispetto al bacino, l’anca sollevata, la diversa altezza delle coste o la loro prominenza in fase di inclinazione del busto. Sintomi che, ovviamente, ancora non ci dicono nulla sulle cause e, quindi, sull’eventuale trattamento.

La fase immediatamente successiva corrisponde alla valutazione dell’incisività di un intervento non invasivo, attraverso trazioni e movimenti del tronco che indichino il grado di elasticità della curva. Infine, sarà ovviamente necessaria una radiografia, una radiografia spinale, una tomografia computerizzata o una risonanza magnetica per misurare la curvatura della scoliosi. Ed anche un test di Risser, per conoscere (con una scala di cinque gradi) l’età ossea del paziente, nel caso ci si trovi nell’età evolutiva del paziente. Vi è, infine, anche una nuova tecnica diagnostica che è la teletermografia, la quale misura l’asimmetria del calore emessa dai muscoli della colonna vertebrale.

Come valutare la gravità?

La misurazione della curvatura viene fatta in gradi di Cobb: è ritenuta preoccupante una curvatura superiore ai 30 gradi, significativa una scoliosi con curvatura tra i 25 e i 30 gradi, come nella maggior parte dei casi. Vi è poi da considerare che, in vista del mantenimento della verticalità della testa e dell’equilibrio, alla curva principale si aggiungono sempre curve di compenso (secondarie), meno gravi e in genere meno stabili e più correggibili della prima, ma in ogni caso conseguenti.

Analizzando anche la localizzazione della curva (che può essere cervico-dorsale, dorsale, dorso-lombare, lombare) è possibile anche comprendere la difficoltà di correzione maggiore o minore, dal momento che le curve dorsali sono più “difficili” di quelle lombari. Così come ad influire è l’età del paziente: le curve dorsali, ad esempio, sono più instabili rispetto a quelle lombari in età evolutiva, mentre vale il contrario in età adulta. E, soprattutto, proprio nel periodo dell’accrescimento (11-15 anni per le donne; 13-17 per gli uomini) l’evolutività delle curve è più variabile, fino ad arrivare a 20 gradi Cobb all’anno, mentre possono al contrario essere regressive le scoliosi congenite “scoperte” prima dei tre anni e, infine, le curve si rivelano scarsamente evolutive in età adulta, quando peggiorano di 1 grado Cobb l’anno tendenzialmente soltanto le curve sopra i 40 gradi. E’ proprio prima della pubertà, del resto, che sorge la curva principale (8-12 anni), pressoché stabile in età adulta. 

Quali le terapie?

Considerando che la possibilità di sviluppare scoliosi nel caso in cui ne soffra la madre è dieci volte superiore, considerando anche che ne soffre circa il 3% della popolazione, le cause sono convenzionalmente utilizzate per dividere le scoliosi in due gruppi: quella ad eziologia nota e quelle ad eziologia sconosciuta, che rappresentano oltre il 70% dei casi.

Quanto al trattamento, dunque, è ovvio che la correzione della deformità è tanto più difficile quanto più è avanzata l’età del paziente e, chiaramente, quanto più è ampia la curvatura. Intervenire subito, dunque, e controllare il paziente frequentemente, a scadenze di massimo sei mesi: questa la prima, basilare, indicazione. Le terapie, poi, possono essere chirurgiche o esterne, soprattutto in età infantile o adolescenziale e nelle scoliosi lievi e poco evolutive. Il primo caso riguarda le scoliosi con oltre 40 gradi ma il successo dell’operazione è maggiore se il trattamento viene eseguito tra i 12 e i 16 anni, quando l’evoluzione della scoliosi è quasi giunta al termine ma la curva è ancora elastica. La metodologia è quella di Risser, che consiste in una sorta di trapianto osseo attraverso l’asportazione di trucioli ossei dagli archi vertebrali e la compensazione con frammenti prelevati dalla tibia o dall’ala iliaca. A questo si associa l’impianto del distrattore di Harrington, una barra di metallo alle due estremità della curva, per mantenerla in tensione. In seguito all’intervento è necessario mantenere un busto per circa un anno. Dopo di che l’esito dovrebbe essere permanente.

Quando entra in gioco l’autocorrezione?

Nel caso in cui non è previsto intervento chirurgico allora entrano in gioco gli esercizi contro la scoliosi, complementari ad altri trattamenti o esclusivi nel caso di atteggiamento scoliotico. Nei casi di atteggiamento scoliotico, infatti, le cause sono in genere ipometria di un arto (ovvero, un arto più corto dell’altro), lussazione dell’anca, dolori vertebrali o muscolari o più semplicemente errori di postura o debolezza della muscolatura del tronco. In questi casi la terapia è basata sulla rimozione della causa scatenante o, appunto, sugli esercizi per la (auto)correzione della scoliosi. In un caso l’attività fisica è necessaria allorché l’uso di un corsetto o di un busto ha condotto a ipotrofia muscolare. Questo trattamento, però, è efficace solo nel periodo dell’accrescimento corporeo.

Nel secondo caso, qualora si esclusa anche un trattamento più recente come la stimolazione elettrica (LESS) praticata attraverso l’applicazione di elettrodi sul lato convesso della curva maggiore per 8 ore notturne, con efficacia stimata al 44% dei casi trattati, l’attività fisica e gli esercizi divengono utili ad impedire il peggioramento e/o i funzione correttiva.

Quali esercizi fare?

Gli esercizi consigliabili per l’autocorrezione sono i classici esercizi posturali per tre fasce: lombari, collo e spalle. 

Schiena:

  • da posizione supina, braccia sui fianchi, muscoli lombari aderenti al suolo, flettere la gamba e col braccio opposto avvicinarla al petto allungando l’altro braccio verso l’alto. Mantenere posizione per 15 secondi e poi invertire gli arti. Ripetere due volte;
  • da posizione supina, braccia lungo i fianchi, flettere la gamba e col braccio opposto ruotarla il più possibile mantenendo la posizione per 5 secondi con le spalle ben poggiate sul pavimento. Ripetere sei volte;
  • da posizione supina, mani sui fianchi, gambe un po’ flesse, portare le gambe al petto con l’aiuto delle braccia per 5 sec, poi allungare braccia e gambe per altri 5 sec. Ripetere tre volte;
  • proni con gomiti sul pavimento e addome aderente al suolo sollevare busto per 15 sec. Ripetere due volte;
  • a carponi e testa bassa, accovacciarsi il più possibile per 15 secondo. Ripetere due volte.

Spalle:

  • da seduti, gambe incrociate, schiena dritta, gomiti ad altezza spalle, avambracci flessi a 90°, ruotare l’avanbraccio in senso orario, 15 ripetizioni per 3 serie;
  • da seduti, gambe incrociate, con le braccia distese ad altezza spalle col palmo in alto, spingere le braccia più indietro possibile mantenendo collo e schiena dritta. 20 ripetizioni per 3 serie;
  • da seduti, gambe incrociate, abbracciarsi e flettersi lentamente in avanti per 15 secondo. Ripetere due volte;
  • ginocchia e testa sul pavimento, mani incrociate dietro, portare le braccia in alto per 5 secondi;
  • in piedi, braccia sui fianchi, ruotare le spalle fino a portare le braccia in alto, spingere indietro per 5 sec. Poi rilassarsi. Ripetere sei volte.

Collo:

  • ruotare la testa lateralmente, 15 ripetizioni per 2 serie;
  • piegare lateralmente la testa fino alla spalla, 15 ripetizioni per 2 serie;
  • piegare la testa all’indietro fino a guardare il soffitto, 15 ripetizioni per 2 serie;
  • piegare la testa in avanti fino allo sterno, 15 ripetizioni per 2 serie;
  • Ruotandola formare lentamente un cerchio con la testa, prima da un lato e poi dall’altro.

Questi esercizi sono raccomandabili per 15 minuti al mattino appena svegli o la sera prima di dormire. E’ preferibile farli tutti i giorni. In caso di impossibilità, è consigliabile farli tre volte a settimana o tutti i giorni una fascia muscolare per volta. La domenica è concesso il “riposo”.